Il ridimensionamento delle attività antropiche dovuto all’esplosione della pandemia e alle conseguenti politiche di contenimento del virus ha portato ad una riduzione improvvisa delle emissioni di gas serra e degli inquinanti atmosferici. Tuttavia si è trattato di un effetto indotto dalle circostanze emergenziali sanitarie più che di un cambiamento culturale duraturo, come dimostra l’aumento, in taluni casi persino più veloce di quanto non si prospettasse, dei livelli di inquinamento nelle settimane e nei mesi successivi alla riapertura delle attività produttive e conseguente allentamento delle misure di contenimento. Inutile illuderci, l’effetto lockdown  sull’ambiente è stato momentaneo e trascurabile nel medio-lungo termine (secondo un recente studio condotto a livello internazionale l’impatto sul riscaldamento globale entro il 2030 sarà di soli -0,01°C). L’emergenza climatica è e rimane una priorità assoluta per il futuro del nostro pianeta. 

In tale contesto l’impegno dell’Unione europea nei confronti della tematica ambientale, almeno dal punto di vista programmatico, è andato via via rafforzandosi nel corso degli anni: lo  dimostrano, tra gli altri, la recente decisione di fissare il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050, promuovendo una radicale trasformazione della società e trasformando le sfide ambientali in opportunità per tutti i settori; la scelta di inserire l’ambiente tra i pilastri del Recovery Fund, vincolando l’acceso ai fondi alla pianificazione e attuazione da parte dei singoli stati membri di progettualità coerenti con questo obiettivo, tentando di coniugare ripresa economica e minimizzazione del suo impatto sull’ecosistema.

Come per l’Europa, anche per l’Italia l’ambiente costituisce un tema di straordinaria importanza, non solo perché saremo uno dei principali beneficiari dei nuovi fondi messi a disposizione dall’Unione, ma soprattutto perché il nostro Paese, per la sua posizione geografica, per le caratteristiche morfologiche e per gli stessi modelli di insediamento antropico costituisce uno dei territori ambientalmente più fragili del continente, come il Rapporto Coop ha evidenziato a più riprese nelle passate edizioni.

Da questo punto di vista sebbene, come abbiamo visto nel precedente paragrafo, nell’emergenza del momento l’ambiente non costituisca una priorità assoluta per il management italiano (per lo meno in termini relativi se confrontata ad altri ambiti quali l’istruzione, il lavoro e la tecnologia), secondo gli stessi executive l’azione del governo in un’ottica di uscita dalla crisi non può prescindere dall’adozione di politiche ambientali che spazino a 360°: sviluppo della green economy, lotta al dissesto idrogeologico, riqualificazione produttiva delle aree e delle industrie più inquinanti del Paese, decarbonizzazione del sistema produttivo, lotta agli sprechi etc.

Peraltro, la scienza lo dice chiaramente, la salute e la prosperità dell’umanità sono direttamente collegate allo stato del nostro ambiente. Negli ultimi decenni, infatti, le attività umane hanno alterato l’ambiente in maniera significativa ed attività quali urbanizzazione, deforestazione e caccia intensiva hanno modificato i complessi equilibri del nostro pianeta, determinando la nascita di una nuova epoca chiamata “Antropocene”. Un impatto via via crescente sui delicati equilibri ambientali che ha molteplici effetti diretti e indiretti sulla salute e il benessere dei cittadini.

Innumerevoli studi scientifici hanno dimostrato la relazione tra le malattie più diffuse e gli effetti delle attività umane sull’ambiente. Questo è vero anche per le malattie infettive cosiddette emergenti come Ebola, Sars, influenza aviaria, influenza suina e, non ultimo il nuovo coronavirus.

Molti esperti sono convinti che tali zoonosi siano state originate dal progressivo restringimento degli habitat naturali con una emersione di virus e agenti patogeni nuovi. Peraltro, la relazione tra pandemia ed eccessivo sfruttamento delle risorse ambientali sembra essersi sedimentato nella percezione diffusa dell’opinione pubblica (anche) italiana. Infatti, a pochi mesi dall’inizio della pandemia e senza ancora specifiche certezze sull’origine del virus oltre un italiano su quattro si è detto convinto che il Covid si sia sviluppato a causa della scarsa tutela dell’ambiente.

Articolo tratto dall’Anteprima digitale del Rapporto Coop 2020

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