Gli italiani hanno sempre avuto un approccio pragmatico con le nuove tecnologie. Non si sono mai fatti cogliere da facili entusiasmi ma hanno sempre valutato in maniera critica il concreto valore aggiunto che ciascuna innovazione poteva portare in termini di maggiori risparmi o di miglioramento del proprio benessere. Questo atteggiamento critico, unitamente all’età avanzata ed alle endemiche difficoltà economiche di molta parte delle famiglie, ha fatto sì che gli early user rimanessero una quota minoritaria degli acquirenti di tecnologia nel nostro Paese.

Tuttavia, in passato gli italiani hanno già dimostrato di saper accogliere anche in maniera molto rapida quelle innovazioni tecnologiche realmente in grado di cambiare la loro vita quotidiana. Basti pensare all’introduzione della telefonia cellulare negli anni ’90, o all’accesso ai social media avvenuto nell’ultimo decennio. Reso possibile dall’affermazione della connettività mobile e dal telefonino intanto divenuto uno smartphone nonché vero oggetto totemico degli italiani.

Quanto accaduto negli ultimi mesi sembra configurarsi come un’altra di queste discontinuità. Un nuovo, più ampio, salto della società italiana verso la nuova modernità. Un’occasione, imprevista e imprevedibile, per favorire il processo di digitalizzazione della società italiana e traghettare la maggioranza del Paese (e non solo la ristretta minoranza degli “esploratori”) verso una fruizione più completa delle nuove tecnologie abilitanti.

I dati evidenziano come in poche settimane (in alcuni casi in pochi giorni) l’utilizzo di tali tecnologie abbia fatto un poderoso salto in avanti anche di dieci anni. È cresciuto il numero di utenti internet, l’intensità del flusso dei dati, la dotazione delle famiglie.

Tale digitalizzazione non è stata però confinata alla sola dimensione privata e ludica della vita quotidiana degli italiani come era stato nell’ultimo decennio, con l’esplosione dei social, e l’affermazione del gaming e dell’intrattenimento on demand ma, per la prima volta, si è estesa con forza dirompente anche alla sfera professionale, agli acquisti, ai servizi di pubblica utilità.

La diffusione e il crescente interesse dimostrato dagli italiani verso Il lavoro “agile”, la città intelligente, la didattica a distanza, l’ecommerce, la digitalizzazione dei rapporti con la PA e con le banche certificano la portata del cambiamento in atto e la vastità degli ambiti coinvolti dalla nuova “smart attitude” degli italiani.

Una maggiore apertura verso l’innovazione che non sembra essere contingente. Tutte le indagini demoscopiche confermano infatti che la consuetudine con le tecnologie abilitanti e i servizi da esse permessi siano stati acquisiti in maniera positiva e fanno oramai parte del bagaglio culturale di una parte molto più ampia del corpo sociale italiano. Non a caso le previsioni parlano di un mercato digitale italiano il cui giro d’affari potrebbe raggiungere i 75 miliardi di euro nel 2022 (in crescita di circa 5,4 miliardi rispetto al 2020).

Tuttavia, il rischio che questo salto in avanti possa lasciare indietro un pezzo della società italiana, alimentando il fenomeno del digital divide, resta concreto. Sia sul fronte della connettività e della velocità di trasmissione, sia in relazione alle risorse economiche culturali minime per il loro pieno utilizzo. In questo senso, sono note le difficoltà di diffusione della banda larga al di fuori delle aree metropolitane e non è parimenti un segreto che molte famiglie abbiano lamentato in questi mesi difficoltà, sia economiche che logistiche, nell’accesso alle tecnologie abilitanti (pc, tablet, smartphone etc.); inoltre le previsioni di spesa degli italiani sul fronte tecnologico per il prossimo anno risultano più pessimistiche proprio per quella fascia di popolazione che sconta un maggior ritardo nel livello di digitalizzazione (donne, over 60, appartenenti alla lower class).

È questo un tema rilevante per l’Italia del next normal e sicuramente in questa direzione (sostegno alle categorie più fragili e infrastrutturazione digitale del Paese) andranno orientate le politiche pubbliche. 

Articolo tratto dall’Anteprima digitale del Rapporto Coop 2020

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