Non siamo certo il Ciad, il Paese a più alto rischio climatico al mondo, secondo il nuovo indice di vulnerabilità calcolato da Verisk Maplecrof su una platea di 186 nazioni, ma in Europa siamo tra i primi cinque Paesi più esposti, ovvero quelli con le minori capacità di fronteggiare eventi metereologici estremi da qui ai prossimi trent’anni, in compagnia dei nostri dirimpettai sul mare Adriatico. Il clima va infatti ridisegnando anche i confini di priorità e strategie politiche, avvicinando sempre più l’Italia al bacino  mediterraneo e nordafricano, rispetto al Nord Europa: Norvegia, Irlanda, Svezia, Finlandia sono agli  antipodi per problematiche legate al cambiamento climatico.

Il termometro della vulnerabilità italiana di fronte all’emergenza-clima si legge proprio nella colonnina di mercurio, salita di 1,7 gradi negli ultimi due secoli, con una impennata concentrata negli ultimi 20 anni, periodo in cui l’aumento della temperatura media è stato di 1,3 gradi. Una città come Catania si sta abituando a picchi di afa superiori ai 39 gradi; a  Genova e Roma si superano ormai i 37 gradi in estate, a Bologna i 36 (3 gradi secchi in più rispetto agli ultimi 50 anni). E per l’estate 2100 dobbiamo prepararci ad un caldo letteralmente africano in città come  Roma e Milano, dove le temperature saranno le stesse che oggi si registrano a Port Said in Egitto.

L’effetto dello scioglimento dei ghiacci e del conseguente innalzamento degli oceani ha nel bacino mediterraneo un impatto amplificato, con una migrazione dei sistemi ecologici, forestali e ambientali verso l’Europa centro-occidentale e settentrionale. Questo significa ripercussioni sull’economia, sul lavoro e sulla  salute destinati a mutare profondamente anche la struttura sociale.

Il 2018 È stato l’anno più caldo dal 1800 e il bilancio climatico in termini di danni e decessi è nei numeri della ricerca “Cronaca di un’emergenza annunciata” di Legambiente che ha fotografato 148 eventi estremi costati 32 vittime umane e oltre 45mila persone evacuate. Eppure, negli ultimi due decenni non è aumentata in termini assoluti la quantità di piogge, bensì la loro intensità: Genova è passata dai 101 millilitri di pioggia massima in un giorno degli anni Settanta ai 111 millilitri degli ultimi anni; a Firenze l’impennata è stata superiore al 50% (da 35 a 54  millilitri nell’arco degli ultimi quarant’anni), a Napoli le piogge giornaliere sono aumentate del 33%. Allagamenti con danni a infrastrutture e patrimonio storico, cui si alternano periodi di siccità record che mettono in ginocchio soprattutto gli ecosistemi agricoli: una rivoluzione climatica di fronte alla quale il Paese non è pronto a difendersi.

La reazione più efficace messa in pista fin qui dal sistema Italia è probabilmente quella sul fronte energetico con investimenti in fonti green rinnovabili arrivate a pesare il 35% della produzione energetica nazionale e il 18,3% in termini di consumi complessivi. Un aiuto l’hanno dato le favorevoli condizioni meteo, in termini di irraggiamento, che hanno permesso di raggiungere lo scorso anno il record di produzione fotovoltaica. Se l’energia solare è quella che ha registrato il tasso di crescita più alto nel 2018, resta però il segmento idroelettrico il nostro principale “alimentatore” pulito e sostenibile. A questo ritmo, secondo le previsioni di Bloomberg, entro il 2030 l’Italia riuscirà a coprire il 98% della produzione energetica con fonti rinnovabili, ben oltre la media europea (90%).

Governare il cambiamento climatico e orientare il modello industriale verso soluzioni a basso impatto ambientale è una priorità ben chiara nell’agenda comunitaria, tanto che nella programmazione Ue 2014-2020 sono orientati ad “azioni per il clima” tre degli 11 obiettivi tematici delle politiche regionali con 164 miliardi di euro di risorse dedicate. A livello dei 28, l’Italia è il principale beneficiario di queste risorse, con quasi 19 miliardi di euro a disposizione, che rappresentano più dell’11% del totale, lasciando indietro di una manciata abbondante di miliardi Paesi come Francia, Spagna, Polonia e Germania. Ma l’Italia non è solo il Paese che riceve più risorse, è anche quello che le sta utilizzando meno: appena il 28% della dotazione totale è stato speso, contro una media comunitaria di circa il 32%. Un primato paradossale per un Paese in conclamata emergenza climatica, che incappa nelle infrazioni europee per violazione di norme ambientali e non sfrutta le ingenti risorse liberate dai fondi strutturali europei per tutelare l’ambiente e la popolazione italiana.

Brano tratto dallAnteprima digitale del Rapporto Coop 2019