Futuro lavoro

La Cgil elegge Maurizio Landini come nuovo segretario e per l’occasione vi riproponiamo qui il brano del Rapporto Coop 2018 in cui analizziamo il presente del mondo del lavoro non senza gettare uno sguardo al suo possibile futuro


Pur in un contesto di progressivo miglioramento del mercato del lavoro (il tasso di disoccupazione è sceso sotto l’11%, mentre gli occupati hanno superato la cifra record di 23 milioni), la percezione degli italiani sul futuro resta un enigma: secondo una indagine realizzata da Demos-Coop, i due terzi degli intervistati non riescono a guardare al domani del lavoro con ottimismo.


Ad un esame più approfondito delle informazioni elementari, emerge tuttavia una situazione piuttosto “liquida”: prospettive difficili concentrate nelle Regioni del Sud, nei ceti sociali più bassi e negli over45, mentre si respira un clima positivo tra i giovani. Per le nuove generazioni, da sempre le più esposte ai grandi cambiamenti che investono il mercato del lavoro, il segreto sta nella capacità di adattamento, che non di rado può voler dire scegliere di lasciare l’Italia ed andare all’estero (quasi 50 mila solo nell’ultimo anno, secondo la Fondazione Migrantes) – per studiare, specializzarsi e cogliere opportunità di lavoro più qualificanti, remunerative e con migliori prospettive di crescita professionale – o affidarsi ad un secondo lavoro: quasi un intervistato su cinque (18%) ha, infatti, dichiarato di dedicarsi con continuità a qualche forma di attività minore remunerata, dai piccoli lavori domestici (21%) all’orto (15%), dal babysitting (14%) al volantinaggio (10%). Se confrontata con l’edizione 2017, la ricerca mette in evidenza qualche timido segnale di rasserenamento, anche se il quadro si conferma complicato: secondo un italiano su tre l’occupazione è ripartita (erano meno di uno su quattro lo scorso anno), mentre ancora più della metà dei giovani (era il 62% un anno fa) sono convinti di vivere in futuro una condizione sociale peggiore di quella dei loro genitori.

Molteplici sono inoltre gli aspetti che nell’opinione degli individui qualificano la rapida evoluzione del mercato del lavoro. Emerge in prima battuta la consapevolezza che la tecnologia modificherà, tendenzialmente in meglio, i confini delle attività professionali di domani: per il 45% degli intervistati robot ed intelligenza artificiale avranno un impatto positivo, per più del 60% app e piattaforme saranno utili per far incontrare domanda e offerta di lavoro, semplificando la ricerca di occupazioni di carattere occasionale.

Nella percezione degli italiani, nei prossimi dieci anni, il lavoro sarà tutto orientato all’insegna di una maggiore flessibilità, dove il lavoratore di domani sarà multitasking: tenderanno a crescere i lavoratori part-time (la pensa così il 61% degli intervistati) e le persone che svolgeranno diverse mansioni contemporaneamente (59%) o ancora coloro che lavoreranno da casa senza recarsi in ufficio (65%).  D’altro canto, la preoccupazione è che la flessibilità finisca per diventare precarietà: il 60% del campione ritiene che in futuro ci saranno meno impieghi sicuri e meno contratti a tempo indeterminato.

A cambiare non saranno soltanto le modalità operative, ma anche il contenuto valoriale del lavoro stesso, quasi un italiano su due infatti è convinto che in futuro verrà data meno importanza al rispetto dei diritti dei lavoratori (la pensa così il 42% degli intervistati). Oltretutto ancora più che una retribuzione elevata ed una posizione di prestigio personale, gli italiani vanno prima di tutto alla ricerca di maggiore serenità nell’ambiente di lavoro (il 90% del campione assegna a questo attributo un punteggio medio-alto), come componente fondamentale del proprio benessere e della propria qualità di vita.

I cambiamenti in atto sono efficacemente sintetizzati da due dei termini più in voga negli ultimi anni, “smart” e “gig”. Erano solo il 3% dei lavoratori nel 2013, oggi sono circa l’8% del campione analizzato e la quota è destinata a salire sempre più velocemente. Gli smart worker italiani sono circa 305 mila, un numero in continua crescita grazie all’apertura di molte aziende alla flessibilità e all’autonomia del cosiddetto “lavoro agile”.  L’identikit dello smart worker italiano viene tracciato dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano: è una figura relativamente giovane, in media di 41 anni di età, prevalentemente di sesso maschile (69%) e non necessariamente un dirigente, tanto che un lavoratore agile su due ricopre una posizione di impiegato. Più frequentemente, lo smart worker lavora in una grande azienda. Il 36% delle grandi imprese sul territorio italiano ha adottato progetti strutturati volti a favorire la flessibilità lavorativa, mentre il 44% ne sta valutando l’introduzione o ha già deciso di avviare un programma di smart working in azienda. La collocazione geografica pende a favore del Nord e nel Centro Italia, dove si concentrano complessivamente il 90% degli smart worker italiani.

Smart working non vuol dire soltanto benefici per il lavoratore, ma anche per l’azienda, e da una prospettiva più ampia per tutto il Paese. Secondo le stime dell’Osservatorio Smart Working, il lavoro agile apporterebbe un miglioramento alla produttività del dipendente pari al 15%, determinando per il Paese un beneficio economico di 13,7 miliardi di euro.

Tuttavia, a fronte dei numerosi benefici generati dal lavoro agile possono verificarsi anche controindicazioni, come riportato da uno studio condotto da ILO ed Eurofound. Fra i potenziali rischi si segnalano l’orario di lavoro prolungato e l’intensificazione dell’attività lavorativa causata dall’utilizzo da remoto delle tecnologie mobili, che potrebbe portare al raggiungimento di livelli di stress più elevati con ripercussioni negative sulla salute e sul benessere dei lavoratori. Si tratta della cosiddetta “time porosity”, cioè la sovrapposizione tra tempo di lavoro e tempo di vita, quale potenziale fonte di conflitti personali e familiari.

L’impatto della tecnologia sul mondo del lavoro non si è fermato però all’innovazione nelle modalità di svolgere un mestiere, ma si è tradotto anche nella nascita e nella diffusione di nuove professioni. La diffusione capillare di internet e delle connessioni Wi-Fi, la proliferazione degli smartphone e in generale dei mobile device hanno aperto la strada alla cosiddetta “internet economy” che, fra le sue diverse sfaccettature, si esprime anche attraverso un nuovo modello di mercato ed una nuova forma di organizzazione del lavoro: la “gig economy” o “economia dei lavoretti”.

Secondo una recente quantificazione della Fondazione Debenedetti l’economia dei lavoretti impiega ad oggi 695 mila italiani, equamente distribuiti fra uomini e donne. Secondo i dati della ricerca, circa la metà svolge uno di questi lavori sulla base di contratti di collaborazione occasionale, mentre il 10% è contrattualizzato come contratto a progetto. Stando alla ricerca Demos – Coop il 40% di chi dichiara di aver svolto un lavoretto (e tra questi lavoretti si includono anche lavori di agricoltura, manutenzione o baby-sitting per esempio) ha utilizzato una app o una piattaforma on line per espletare la propria mansione. Il 30% (fonte Demos-Coop) sceglie questa forma di attività per conciliare lavoro e tempo libero e per un ulteriore 28% si tratta di una situazione transitoria in attesa di una occupazione stabile, ma c’è anche un 14% che dichiara di affidarsi alle piattaforme online come unica possibilità di lavoro e reddito.
I guadagni si attestano mediamente attorno a 840 euro mensili per chi fa il lavoratore “on demand” a tempo pieno (circa 150 mila italiani) ed a 340 euro per chi invece sceglie la modalità del lavoretto; i pagamenti avvengono nella metà dei casi con retribuzioni a consegna e nel 20% tarati su paga oraria.

Il tema della tutela dei “gig worker” è da tempo sull’agenda della politica italiana, richiamata all’attenzione dagli incidenti che occorrono ai lavoratori del “food delivery”, mossi dalla fretta della consegna e sottoposti ai rischi della strada. Alla categoria dei lavoratori “on demand” appartengono poi in larga parte fasce più deboli della popolazione, come disoccupati, studenti e immigrati.
I rider sono circa 10 mila, nel caso dell’azienda Deliveroo si tratta di under 30 nel 78% dei casi, quota che sale al 90% nella fascia 18-34 anni di Foodora. Per entrambe le piattaforme si registrano profili molto simili di lavoratori: solo il 15% sceglie di collaborare con l’azienda per più di un anno (Deliveroo), mentre 8 su 10 sono studenti o lavoratori che intraprendono la via dell’”on demand” per “arrotondare” il reddito del proprio mestiere principale. Per entrambe le aziende la retribuzione è stimata intorno ai 12,5 euro all’ora, considerata una stima di 1,5 consegne ogni 60 minuti, mentre le ore impiegate settimanalmente sono in media 25 (Foodora).

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