Che tempo che fa

Se fa caldo compriamo più acqua e bevande. Appena arriva un po’ di freddo svuotiamo gli scaffali delle tisane e del miele. Sempre di più i consumi degli italiani vengono condizionati dal tempo che fa. Ma cosa succede se il clima cambia?


Dopo l’estate calda del 2015 è nel primo semestre del 2017 che il cambiamento climatico entra definitivamente nel carrello della spesa degli italiani. Infatti, nei primi mesi dell’anno, alle temperature particolarmente rigide dell’inverno (e le conseguenti impennate dei prezzi agricoli) si è aggiunta una delle più torride estati di sempre.

L’analisi del primo semestre (non sono ancora disponibili i dati dell’intera estate) fa facilmente intendere come il climate change faccia mutare repentinamente le abitudini di consumo delle famiglie. Schizzano in alto le vendite di liquidi dissetanti: acqua prima di tutto, che segna un aumento di oltre l’8%, ma anche tè freddi e bevande agli aromi, come lo sciroppo alla menta (+29%) e alla mandorla, vanno forte anche i succhi freschi (+22%). Diminuisce l’acquisto di cibi che richiedono di passare tanto tempo davanti ai fornelli, come torte, pizze, sughi. Nel piatto finiscono meno stufati e pietanze cucinate e più capresi e macedonie. Crescono tutti i prodotti che si possono consumare freddi o con un panino: piatti pronti, soprattutto freschi e light, salumi e formaggi leggeri, tonno e salmone in scatola, insalate e pomodori. Aumentano gli acquisti delle creme solari (+11%), ed è boom di insetticidi e repellenti per le zanzare (+16%). Complice la rigida stagione invernale nel 2017, nei primi mesi dell’anno sono cresciuti i prezzi dell’ortofrutta ma sono cresciuti anche alcuni consumi riconducibili alla stagione fredda: i cotechini crescono dell’11%, lo stinco precotto del 30%. il gorgonzola del 5%.

Tali fenomeni interessanti dal punto di vista sociologico, pongono allo stesso tempo una nuova sfida ai retailer chiamati a rispondere con altrettanta prontezza alla forte reattività della domanda alle condizioni climatiche. Per cogliere l’ampiezza del fenomeno, basti dire che le maggiori vendite del primo semestre sembrano concentrarsi quasi esclusivamente in quei settori merceologici impattati dal muta mento del clima. Tali settori infatti pur pesando per circa un terzo del totale delle vendite del periodo rappresentano invece oltre l’80% della loro variazione positiva. E tale circostanza deve, peraltro, consigliare cautela rispetto alla possibilità di replicare la buona performance dei primi mesi dell’anno nel prossimo futuro.

Da ultimo, sebbene l’impatto del clima sui consumi è un fatto che spesso sorprende gli analisti per l’ampiezza degli impatti economici, sembra, invece, essere stato già da tempo metabolizzato dagli italiani. In una indagine di Coop per Expo già nel 2015 si evidenziava come oltre la metà degli italiani ritenessero il cambiamento climatico la causa fondamentale delle modifiche future nella dieta, il dato più alto tra tutti i Paesi considerati

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